Teologia dal basso
Teologia dal basso

focus del mese

Lo sguardo paterno

Quello del padre è, in partenza, uno sguardo spaesato. Diversamente dalla madre che scopre da sé il figlio nella propria carne, il padre diventa tale in seguito alla parola di altri. In genere è la donna a comunicargli la notizia, anzi a interpellarlo: «sei diventato padre!». È più che un’informazione! E quando non ci fosse questa parola, c’è il corpo gravido della donna a suggerirgli che potrebbe essere diventato padre. Non c’è esperienza diretta del diventare padre, ma solamente un’esperienza successiva, ritardata, ricostruita nella propria mente. Ecco perciò la sorpresa con cui ha inizio lo sguardo paterno!

 

Non si tratta di una certezza inconfutabile. Oscilla tra l’insinuazione, il sospetto e la convinzione interiore. Lo sguardo paterno è sostenuto dalla conferma che riceve dallo sguardo materno: «è nostro figlio!». Neppure le moderne verifiche con test del DNA cancellano del tutto questa esigenza di essere sostenuto nel proprio sguardo sul figlio. Il verdetto scientifico lascia il compito di assumere psicologicamente il fatto della propria paternità o la sua assenza sul piano biologico: «E ora chi sono?».

 

Le tracce di questo spaesamento accompagnano anche il seguito della storia personale. Riconoscersi responsabile di una vita immessa nel mondo trasmette emozioni e insieme ansie. Si è coinvolti nell’origine e nel destino di un altro essere umano. E tutto questo è avvenuto quasi alla propria insaputa o, per lo meno, nell’ingenuità. L’essere umano si scopre creatore di figli per grazia concessa e onere insopportabile: «Chi sono io per essere all’origine di tutto questo?».

 

Lo sguardo paterno riporta questa prima esperienza a dei progetti concepiti nella propria mente. Molto più della madre, il padre colloca il figlio dentro propri progetti: lo vede già con i pantaloncini della propria squadra di calcio come tifoso o addirittura come giocatore, oppure inserito nella propria azienda o ancora pilota o insegnante o ballerina o dirigente … Quello del padre è uno sguardo puntuale, concreto, mirato al futuro. Sa di essere fantasioso, ma fatica a guardare il figlio senza vederlo inserito in un percorso concreto dentro la società. Lo sguardo materno è meno preoccupato di questo, perché concentrato sull’accoglienza e sul sostegno incondizionato. Lo sguardo paterno si fa già carico del compito di inserire nel futuro, di trovare un posto, di assegnare un compito.

 

I progetti evolvono nel tempo, vengono sostituiti con altri, trovano graduale conferma o smentita. Lo sguardo paterno si porta dentro questi cambiamenti. Inserisce le proprie speranze. Assume anche le proprie sofferenze per ciò che non vede realizzarsi. Messo alla prova da ciò che, passo dopo passo, diventa il figlio, il padre parla dei propri progetti con lui, con la madre, con amici e confidenti… Le tracce di questo dialogo progressivo si imprimono nello sguardo compiaciuto o deluso, carico di incoraggiamento oppure di preoccupazione. Questo dialogo sui progetti talvolta giunge all’esasperazione: «Non me lo sarei aspettato da mio figlio!». Lo sguardo della madre abitualmente è meno esigente e più disposto agli imprevisti.

 

I progetti paterni sono un dono importante per il figlio, che ha in essi un primo porto da cui partire, nel dialogo con i propri desideri e nella scoperta delle proprie potenzialità. Può incamminarsi su direzioni concrete. Anche nel caso in cui si voglia allontanare dai progetti paterni, per realizzare progetti differenti da quelli paterni, il figlio cerca nel padre un confronto. Che si sviluppi come dialogo pacifico oppure come scontro polemico, sarà questo confronto concreto a permettere di precisare i propri progetti e di trovare l’energia per realizzarli. 
Lo sguardo paterno si trova esposto a battaglie dall’esito completamente incerto, senza possibilità di sottrarsi o di giungere presto a dei risultati. Anche qui lo sguardo paterno è spaesato, perché non può conoscere l’esito della libertà umana e ne coglie il dramma. Sono in gioco vita e morte, felicità e infelicità, sviluppo e distruzione. Di questo spettacolo si nutre lo sguardo paterno!

 

L’onere è pesante e spinge alla ricerca di sostegno, in particolare, se gli è possibile, nello sguardo della propria sposa o compagna, cioè di quella donna con cui condivide il progetto parentale. Il sostegno è cercato anche altrove, tra la cerchia delle persone con cui è condivisa la vita. E’ ricercato anche nel Dio a cui si rivolgono le proprie preghiere e le domande. I propri progetti perciò vengono condivisi su orizzonti più ampi, con la società e con il trascendente. 
Quello del padre diventa sguardo che raccoglie anche altri sguardi: porta al figlio un po’ dello sguardo della società e dello sguardo di Dio! Anche a questo livello egli riceve la possibilità di rispondere e prendere posizione con le proprie scelte. È stimolato ad assumere responsabilità personali dallo sguardo altrui, mediato dallo sguardo singolare del proprio padre. Quest’ultimo non è l’unico suo riferimento, ma spesso quello più vicino e concreto.

 

Nello sguardo paterno va a condensarsi la trama complessa della vita umana, sospesa tra il mistero dell’origine e l’apertura sul futuro. Quando questo sguardo manca (perché il padre non c’è fin dall’inizio) o si ritrae (perché il padre non assume il proprio compito fino in fondo) o viene meno (perché il padre ha dovuto partire o è scomparso), il compito della vita personale diventa più incerto. Ogni figlio ritornerà con la memoria alla ricerca di un proprio padre o si rassegnerà, se possibile, a vivere da orfano.

 

Anche il legame religioso con Dio, invocato spesso come Padre, attinge all’esperienza dello sguardo paterno. Giunge a superare i limiti dei progetti racchiusi negli occhi dei propri padri, ma difficilmente può cancellare ciò che essi hanno trasmesso nel cuore dei figli fin dall’inizio. Il Padre che è nei cieli ha uno sguardo nuovo, ma non annienta le tracce degli altri sguardi che accompagnano l’umano venire al mondo, nonostante le parole a prima vista dure del Vangelo: « … non chiamate padre nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste …» (Mt 23,9).

 

E’ compito dei padri imparare a conoscere il proprio sguardo ed è compito dei figli riconoscere ciò che trasmettono gli occhi paterni. Non è in gioco solamente la relazione interna alle famiglie, ma un modo di guardare e di scoprire il senso della vita. E’ lo sguardo che richiama a ciascuno la propria singolare origine e destino.

 

È possibile una «società senza padri»? Così viene definita quella contemporanea. Ma lo è veramente? Non è piuttosto una società in cui lo sguardo paterno è più consapevole della propria ricchezza e complessità? In cui la nostalgia è più grande? In cui il rifiuto del paternalismo dispotico è più netto?
Possiamo rispondere a queste domande solamente se lasciamo da parte le idealizzazioni troppo astratte e osserviamo con maggiore attenzione gli occhi dei padri con cui viviamo. Anche in questo caso siamo invitati a partire dal basso!

 

Giuseppe Pellegrino
SCUOLA DIOCESANA FORMAZIONE TEOLOGICA - Cuneo

dettaglio iscriviti alla
  newsletter
Commento al
vangelo della settimana