Teologia dal basso
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C'è qualche speranza?

 

«C’è qualche speranza, dottore?». «C’è qualche speranza, padre, per la mia famiglia?». «C’è qualche speranza per il nostro paese? … e per il pianeta?». Sono domande struggenti, senza risposta! Meglio: senza risposte certe, scientifiche, obiettive!

 

La domanda sulla speranza assilla i filosofi che, come Kant, si chiedevano: «Che cosa possiamo sperare?». Guida gli strateghi che nelle battaglie militari e civili si chiedono: «Che cosa possiamo sperare?». Accompagna le vicende quotidiane di genitori, lavoratori, persone impegnate nella vita sociale, nella ricerca scientifica, nella costruzione del mondo …: «Che cosa possiamo sperare?».

 

Talvolta le risposte sono astratte: «la speranza è la pace perpetua», «… il progresso», «… il benessere», «… la salute!». Partiamo da quest’ultima! Vari studi convergono nel dimostrare che «non emerge una correlazione significativa tra lo stato di salute e il livello di speranza» (cfr. M. MAIONI, «Il livello di speranza nei pazienti oncologici in cura chemioterapica», in Med.Mor 5/2018, 525).
Il risultato dell’indagine sperimentale citata sopra immediatamente ci lascia perplessi: «Come si fa a dire che un malato oncologico in cura chemioterapica potrebbe avere più speranza di una persona sana?». Eppure, sappiano per esperienza che la speranza non dipende dalle condizioni esterne, quanto dall’interno, dall’animo, come dimostra la presenza di disperazione anche in persone sane, ricche, al colmo della carriera.

 

Vale la pena riprendere il punto essenziale di tutto questo: la speranza non è un contenuto fisso ed obiettivo. È personale, contingente, relativa. Tre aggettivi che rendono la speranza diversa da un «dato scientifico».
E’ personale perché risponde alla domanda: «Io, che cosa posso sperare?». Attorno al letto dell’ammalato, ad esempio, il medico spera di non sbagliare la diagnosi, il famigliare di poter resistere allo sconforto, il malato di tornare a casa. Ognuno ha una propria speranza!
E’ una speranza contingente perché è concreta, legata ad un risultato che si possa vedere, toccare, sentire. E’ realistica, misurata. Non è, ad esempio, «la guarigione!», ma, nel dettaglio, «riprendere a camminare, riuscire a deglutire o ad andare in bagno!».
La speranza è relativa, cioè, inserita dentro una situazione ben precisa: «A questo punto, che cosa possiamo sperare?». Dopo avere fatto vari cicli di terapia, le cose che si sperano sono diverse da quelle che si speravano prima. Così come cambieranno ancora nel tempo in cui ci sarà la ripresa della vita ordinaria nel proprio posto di lavoro. Non speriamo sempre e ovunque le medesime cose … 

 

Gli esempi ci portano a notare come la speranza di cui tanto abbiamo bisogno per vivere non sia affatto una realtà ovvia e non possa essere stabilita dall’alto, da programmi e obiettivi razionali. Non si può stabilire chi debba essere disperato e chi debba avere speranza. In parole più esplicite, riferendoci agli attuali dibattiti bioetici, non può esserci l’indicazione medica di «condizione disperata!». Non si può dare autorizzazione al suicidio su «indicazione medica», come una specie di cura estrema per la disperazione. Speranza e disperazione non possono essere dati scientifici, mentre lo possono essere, ad esempio, gli stati depressivi. Ma non si può identificare uno stato depressivo con la disperazione. C’è ancora un salto di livello tra l’uno e l’altra.

 

Qualche cosa di simile vale in tutte le vicende personali e nei rapporti con il mondo. «C’è qualche speranza?». Nessuno ci potrà dare una risposta certa! Dovremo scegliere noi ogni volta …

 

Buon proseguimento!

 

Giuseppe Pellegrino
Scuola Diocesana Formazione Teologica (Cuneo)

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