Teologia dal basso
Teologia dal basso

focus del mese

Lo sguardo filiale

Acquisire lo sguardo filiale è una grande conquista di umanità per lo sviluppo della persona. E’ lo sguardo degli inizi, lo sguardo naturale del bambino. È uno sguardo che poi attraversa smarrimento, ricerca, sofferenza, fino alla possibilità di svanire. È uno sguardo che può essere ritrovato definitivamente e diventare il sigillo della propria umanità.

 

Lo sguardo filiale sostituisce il cordone ombelicale, che ci ha tenuti legati alle nostre origini. Non possiamo mai cancellare la realtà della nostra dipendenza dalla vita, dal corpo altrui e dalla natura fisica. Come una pietra staccata dalla parete rocciosa, l’esistenza di ogni neonato è un derivato. Diversamente dalle pietre, però, porta in sé il richiamo a volgersi indietro. È la madre la destinataria privilegiata di questo primo sguardo filiale. La sua eventuale distanza o assenza non disabitua lo sguardo, ma lo rende più nostalgico e più sospeso. Lo sguardo filiale cerca la propria madre e costruisce così un nuovo cordone ombelicale, non fatto di carne, ma altrettanto fisico.

 

C’è anche il padre tra i destinatari dello sguardo filiale. In lui si cerca un perché: «perché mi avete voluto?». Non necessario per la gestazione, il padre lo è invece nel concepimento. È un coinvolgimento meno continuativo, meno naturale. Il suo ruolo è molto più contingente e spesso anche poco consapevole. Per questo verrà interpellato, fin dalla nascita, dallo sguardo del bambino: «Perché tu mi hai fatto venire al mondo?». È una domanda che interpella il padre in modo differente dalla madre. In qualche modo la sua responsabilità sulla nascita del figlio è più grande, perché più inspiegabile, meno giustificata: «perché?». Con questo stupore e interrogativo lo sguardo filiale cerca il proprio padre.

 

Lo sguardo filiale va anche oltre la propria madre e il proprio padre. Anche essi sono figli. Anche essi sono un anello della lunga catena dei viventi, derivano da corpi che li hanno preceduti. Anche essi, inoltre, hanno domande da rivolgere ai loro genitori e agli avi: «perché ci avete voluti?». 
Alle nostre spalle stanno vicende famigliari molto contingenti e singolari, incontri, avvenimenti, casi fortuiti. Su queste vicende si sono costruiti progetti, fatte modifiche dei propri piani, sviluppati arrangiamenti. E tutto ciò costituisce il filo delle responsabilità umane per la nascita di un figlio. Su questo filo si posa lo sguardo filiale, carico di stupore e di interrogativi: «io sono l’esito di questa storia umana!». Lo sguardo corrisponde alla ricerca di dare significati alle proprie origini, partendo dall’ultimo anello della catena, quello della propria madre e del proprio padre, e risalendo indietro quel tanto che è concesso.

 

Lo sguardo filiale, tuttavia, non è solo volto indietro, nella ricerca del «da dove?». È anche rivolto in avanti: «verso dove?». Essere figlio vuol dire provenire da un progetto, o almeno da un desiderio. Nella generazione del figlio sono investiti dei desideri umani. Quello della madre è mescolato fortemente con la sua natura, con la scoperta di avere dentro di sé un nuovo essere di carne. Il desiderio della madre nasce perciò come desiderio di vita, di protezione, di crescita. Lo sguardo filiale procede da qui: dalla cura materna che lo fa scoprire prezioso, fragile e perciò dipendente da altri. In questo legame egli vede la propria sicurezza, ma anche il proprio limite. Talvolta anche il rischio di essere trattenuto da troppo attaccamento.

 

Il desiderio del padre è più astratto, più fantasioso, più libero. Di quel figlio egli potrebbe anche non voler far niente, staccarsene, non occuparsene. Oppure potrebbe voler fare un successore nel lavoro, un erede, un motivo di orgoglio sociale, un professionista, uno sportivo …. Lo spettro dei progetti paterni è spesso molto ampio e singolare. A questo si rivolge lo sguardo filiale, ai progetti entro cui egli è concepito e fatto crescere. Egli intravede una missione da compiere, una vocazione personale, una chiamata da parte del padre. Vede anche la propria preoccupazione: come essere all’altezza dell’aspettativa? Insieme teme la perdita della propria libertà: ma io che cosa voglio fare di me? Qual è il mio desiderio?

 

Il figlio scopre ben presto che la propria condizione non è affatto idillica e pacificata, come quella di un cucciolotto. Lo sguardo filiale è tensione e ricerca. È uno sguardo concreto, perché parte dalla postazione assegnata. La madre e il padre a cui egli si rivolge gli sono dati, non scelti. Le domande che pone loro con i suoi occhi, ed eventualmente con la bocca, gli nascono dentro. Sa quanto siano impegnative e quanto debbano accettare anche il silenzio, l’impaccio, la non conoscenza di coloro a cui egli le rivolge. Ad essi egli vuole corrispondere degnamente, ma anche opporre la propria libertà con proprie domande e con propri progetti.

 

Nello sguardo filiale la teologia non vede semplicemente una condizione psichica, ma una condizione spirituale, ossia il presupposto umano per fare l’esperienza di Dio secondo il Vangelo di Gesù. La bellezza e la complessità dello sguardo filiale, così come si configura nelle vicende singolari di ogni persona, introducono nell’esperienza umana di Dio, che il linguaggio evangelico esprime con la parola «Padre». 

 

«Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà! Padre! Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio» (Rm 8,15-16).

 

In questa Rivelazione, Gesù si presenta come Via di accesso al Padre, ossia come Colui che introduce nella propria esperienza filiale, fino a rendere i discepoli figli adottivi. Il discepolato porta ad una nuova esperienza di figliolanza, dà nuovo sguardo filiale. Lo sguardo dei figli di Dio, tuttavia, è in continuità con la maturazione umana avvenuta nello sguardo rivolto ai propri padri e madri sulla terra.

 

Fare teologia dal basso significa anche questo: riconoscere che il proprio sguardo su Dio è contingente, è determinato dalla nostra condizione umana. E nella condizione umana non troviamo individui astratti e indifferenziati, bensì figli, madri, padri, sposi, fratelli, amici … Ognuna di queste condizioni è anche un punto di osservazione sulla vita e sullo stesso mistero di Dio nel momento in cui Esso si rivela al nostro sguardo. Imparare a conoscere nella loro singolarità ognuno di questi sguardi è uno dei compito della teologia dal basso.

 

Abbiamo iniziato dal primo, quello che accomuna tutti, pur essendo proprio per ciascuno: lo sguardo filiale. Seguirà la considerazione dello sguardo materno, paterno, sponsale, fraterno, amicale … In ciascuno di essi compaiono differenze specifiche e intrecci con gli altri …

 

Buon proseguimento a tutti!

 

Giuseppe Pellegrino
Scuola Diocesana Formazione Teologica - CUNEO

dettaglio iscriviti alla
  newsletter
Commento al
vangelo della settimana