Teologia dal basso
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Il coraggio

«Né la facoltà calcolante né il desiderio possono, da soli, essere il principio dell’azione. Hanno un punto in comune: ci lasciano passivi …».  E’ necessario un collegamento tra l’analisi lucida della testa e le emozioni della pancia. Questo collegamento può essere chiamato «coraggio», come suggerisce l’intellettuale francese Rémi Brague nel testo R. Brague, «Tumos o del coraggio, la terza facoltà dimenticata, Vita e Pensiero 6/2015, 92.

 

Rémi Brague riprende un concetto filosofico derivato da Platone, il «thumos»: «è il cuore nel senso che la parola aveva nel francese classico, in cui significava coraggio. Non è solo ciò che ci permette di difenderci, più profondamente, è ciò che fa sì che, da subito, noi abbiamo qualcosa da difendere, ossia un’identità e una libertà» (R. Brague, 92). E poco dopo aggiunge: «ci permette di prendere l’iniziativa. In quanto facoltà intermedia, il thumos permette alla ragione di non accontentarsi di guardare passivamente ciò che si offre al suo sguardo contemplativo, ma di impegnarsi nell’azione».

 

Ecco l’esperienza vissuta dai due discepoli di Emmaus (Lc 24). La loro lucida conoscenza dei fatti, di tutto ciò che è successo a Gerusalemme, non li ha resi capaci di azione. Una mente bene informata non è sufficiente per spingere le persone ad intraprendere iniziative. Lascia passivi. Che cosa manca?
Oggi diremmo che manca un sussulto dei sentimenti, una grande indignazione di fronte ai fatti. Diremmo che è dalla pancia dei singoli o dei gruppi sociali che può venire la riscossa, capace di portare all’azione. Tuttavia, nell’esperienza dei due discepoli, ciò che risaliva dalla pancia, ossia la loro profonda «tristezza», confermava la loro totale passività. I sentimenti da soli non conducono a prendere iniziative umane.

 

Il Vangelo di Luca racconta l’esperienza di un «cuore che arde» (Lc 24,32). Rémi Brague definirebbe questa esperienza con il nome di «thumos» o «coraggio». Rimanda ad un organo di congiunzione collocato tra testa e pancia, calcolo e sentimento, ragione ed emozioni. Il coraggio svolge un ruolo di collegamento, in quanto esso rappresenta l’identità e la libertà personale. 
Da qui nasce l’iniziativa. I due discepoli di Emmaus invertono il loro percorso e diventano attivi, non perché ora ragionano più lucidamente oppure perché hanno avuto un sussulto interiore dei sentimenti, ma perché «il loro cuore arde». Ora prendono il coraggio di fare qualche cosa! Ora ci tengono a difendere la propria identità!

 

Dalla convergenza della prospettiva pasquale raccontata nel Vangelo e dell’analisi filosofica di Brague, possiamo derivare una chiave di lettura del nostro tempo e dei compiti che ci attendono: «Il nostro compito attuale non è tanto limitare la ragione superba, quanto ridare alla ragione la sua piena dimensione, renderla nuovamente capace di dirci non solo ciò che è vero, ma anche ciò che vale la pena di essere fatto, di riconquistare tutto ciò che rischiamo di abbandonare all’irrazionale. Il nostro compito è, in una parola, riscoprire il thumos» (R. Brague, «Tumos o del coraggio, la terza facoltà dimenticata, Vita e Pensiero 6/2015, 93).

 

Viviamo nell’epoca della ragione. Pur riconoscendo le sue molte difficoltà, non possiamo abbandonarla. L’immane sforzo che l’intelligenza razionale compie per comprendere la realtà, avvalendosi oggi in particolare degli strumenti scientifici, ma senza trascurare l’analisi filosofica e teologica, non perde il suo valore. Non si tratta affatto di sostituire la ragione con il sentimento, né solamente di immettere quote di emozione dentro la ragione.

 

Viviamo, al contempo, nell’epoca del sentimento, delle emozioni, delle passioni (quelle tristi, in particolare, cioè l’angoscia e la paura). Anche questa voce della pancia va ascoltata e presa in considerazione. La cura delle liturgie civili e religiose, dei sentimenti personali e collettivi è certamente essenziale per lo sviluppo umano. Non è però un’alternativa che possa sostituire la razionalità. Né basta spartire il lavoro: un po’ alla ragione, un po’ ai sentimenti; un po’ alla testa e un po’ alla pancia.

 

La nostra epoca richiede di superare questo schema duale, questa semplificazione diventata molto comune, ma altrettanto superficiale. Occorre uno sforzo in più a investire sull’organo umano del «coraggio». Se vogliamo localizzarlo, non possiamo metterlo né nella testa, né nella pancia, ma nell’incontro tra le due, cioè nel «cuore». 
Al di là della localizzazione, tuttavia, vale il compito di considerare in modo più complesso il soggetto umano e di rintracciare in lui un principio di unità, che emerge in particolare nel coraggio dell’iniziativa personale. Lì si vede che siamo qualcuno e abbiamo qualche cosa da difendere, a cui teniamo assolutamente. Iniziamo così ad essere umani!

 

E allora possiamo dire a tutti: «coraggio!».

 

Giuseppe Pellegrino
Scuola diocesana di formazione teologica - Cuneo

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